
All'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv subito la prima sorpresa: chiedo al controllo passaporti di mettermi il visto su un foglietto volante perché in molti paesi arabi non lo accettano e poi mi tocca cambiare passaporto: lo zelante impiegato armeggia col telefono per 15 minuti e poi mi dice che no, io sono israeliana d'ufficio, perché ci sono nata e quindi non ho diritto al foglietto. Anzi, cosa aspetto a rivolgermi all'ambasciata per avere la doppia nazionalità e doppio passaporto, oppure fare le pratiche burocratiche per depennarmi? Meno male che fare il militare non mi tocca comunque più. Fuori, caldo a trenta gradi, io ridicola con la giacca a vento milanese, mi aspetta il mio adorato cugino Eldad con la moglie Agar, londinesi da 18 anni, ma tre volte all'anno a casa per rivedere la famiglia. Subito sulla strada per il nord, nella valle Jeseel, fra Bassa Galilea e Samaria, cuore dello spirito kibbuzzistico ( neologismo?) degli anni ruggenti, qui più dell'80 % degli esistenti, per lasciare Agar dalla madre, a En Dor, il kibbutz dov'è nata. Traversiamo la periferia di Gerusalemme e poi il deserto di Giudea con paesaggi stupendi attraverso la Westbank, (gli israeliani tendono a non farlo, ma il momento è abbastanza tranquillo e Eldad è sempre un coraggioso). Subito mille spiegazioni che ho già dimenticato, ma i controlli ai vari posti di blocco, il muro che si snoda come un serpente a varie altezze e filo spinato a volontà, dovunque, quelli me li ricordo bene.
Ceniamo nel kibbutz, dalla madre di Agar, la Signora Ofer, esemplare autentico in via di estinzione di una generazione di pionieri che ha creduto in Israele e nell'ideale socialista della vita comunitaria, costruita dal nulla con lacrime e sangue per dirla alla Churchill. Casa piccola e modesta la sua, piena di libri, di vecchie cose, foto di famiglia e del posto, momenti di vita e di lavoro comunitari, in Europa la considereremmo la sistemazione provvisoria per una famiglia di terremotati, lei ci ha passato una vita e ne è molto fiera.
Sul tavolo in cucina un brodo di verdure con fagioli , cetrioli agrodolci, insalata di pomidoro e cetrioli, una mousse di sardine come una volta faceva la mia mamma, una specie di salame, vari tipi di formaggi bianchi, favoloso pane nero. La signora Ofer con il marito è venuta qui nel '45, ha scritto un libro sulla sua esperienza, peccato non tradotto, è stata una dei pionieri fondatori, un'idealista pura e dura, nel kibbutz ha sempre fatto l'insegnante, adesso organizza corsi di cultura ebraica per i nuovi arrivati ( soprattutto Olim che vengono dalla Russia) . Agar ha un ricordo terribile dei suoi primi vent'anni passati lì, e come lei pare che una generazione intera sia stata segnata in negativo dall'utopia fattasi realtà. Il nucleo familiare praticamente non esisteva, i bambini vivevano fra loro, vedevano i genitori solo un'ora e mezzo al giorno, i pasti sempre tutti insieme, tutto sempre collettivo, niente le apparteneva, non un giocattolo del cuore, manco le mutande o una maglietta , tutto sempre di tutti e quindi di nessuno, ridistribuito ogni giorno secondo i bisogni. Se si pensa al deserto diventato oasi di verde, alberi rigogliosi una volta impensabili ( di queste realtà ce ne sono all'incirca 250 fra il sud ed il nord), se si pensa a questo villaggio spuntato mattone dopo mattone su terra sabbia e roccia dove c'è ora ogni servizio, dal medico alla scuola ai negozi alla fabbrica, tutte le infrastrutture necessarie, è semplicemente straordinario e profondamente commovente. Solo la tensione ideale unita a tenacia e sacrificio immenso hanno permesso questo miracolo, ma nel tempo l'utopia ha rivelato anche tutti i suoi limiti e le sue ombre, l'ideale si è svuotato della sua carica, forse perché non teneva abbastanza conto dei bisogni degli uomini; ora il kibbutz in quanto tale non esiste praticamente più, salvo pochissime eccezioni: tutte le case sono diventate di proprietà, chi può si allarga, gli abitanti sono dei salariati, molti lavorano fuori, lungo i viali a volte la gente non si saluta nemmeno, tanti giovani se ne sono andati, quelli che vengono è perché la casa costa di meno che in città e si sta in mezzo al verde. Rimane per chi vuole il pasto comune in mensa a mezzogiorno, le feste celebrate insieme, i servizi per la collettività che vanno comunque pagati. La Signora Ofer ed Agar sono le due facce della medaglia, passato e presente, doloroso per la madre riconoscere che l'attuale realtà ha smarrito per strada i suoi valori costitutivi, difficile rendersi conto che l'ideale deve essere al servizio dell'uomo e non viceversa. Però così forte e dura, sicura di ciò in cui ha creduto, mi è proprio piaciuta ed incute rispetto. Sulla sua porta di casa c'è scritto:



Dopo cena, via per Gerusalemme, ospiti da Dorit, la sorella di Eldad, buonissima, dolcissima ed incasinatissima. Sta a Pizgat Sehev, fuori le mura, uno dei quartieri sorti intorno alla cintura della città. Gerusalemme intra ed extra muros è forse l'unico posto in Israele, insieme alla vecchia Tel Aviv a dare l'impressione di un piano regolatore. Le costruzioni seguono un progetto architettonico coerente ed omogeneo e sono tutte in pietra ocra, quella che il terreno offre, già questo attribuisce alla città un fascino tutto particolare. Visitiamo lo stupendo mercato di Mahané Jeudà,









Domenica mattina si riparte con Eldad per la Galilea
a recuperare Agar, un'occhiatina al parco naturale Belvoir e poi via per il sud, finalmente. ..., strade selvatiche e solitarie, un deserto che non lo è perché cespugli bassi ma robusti si affacciano ovunque, il Waadi (il canyon del letto del fiume quando miracolosamente piove) Dargot regala degli scorci da mozzare il fiato. Prima tappa il mar Morto. Mega albergo design con Spa, non a caso siamo nella valle di Sodoma: facciamo tutte le cose dei viziati turisti europei, il bagno nel Mar Morto, massaggio con musica soffusa, acquisto creme con i Sali del mar Morto.



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